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L’importanza di una diagnosi precoce

LA NUOVA FRONTIERA DELLA DIAGNOSI PRECOCE

Per la prima volta c’è una speranza di controllare il decadimento che accompagna la malattia di Alzheimer, agendo direttamente sulle proteine che provocano il danno. Ma c’è anche la conferma che occorre iniziare il prima possibile le cure, riconoscendo presto le persone con leggero decadimento cognitivo destinate a sviluppare la malattia ancora in fase preclinica.  E’ accertato che la malattia inizia già 15-20 anni prima di provocare danni evidenti alla qualità della vita del malato, quindi oggi l’obiettivo è di arrivare a trattare le persone in questa fase, sia attraverso trattamenti farmacologici che non farmacologici in grado di garantire una migliore qualità della vita e di procrastinare le fasi più gravi.
Ritardare l’esordio dell’Alzheimer quindi, è un obiettivo chiave: solamente arrivare a posticipare di anni l’insorgenza del quadro clinico, significherebbe far crollare il numero di malati, in quanto, in un quadro di aspettativa di vita costante, ritardare l’esordio della demenza anche solo di 5 anni vuol dire aver la possibilità di dimezzare il numero di nuovi casi, dato che l’incidenza raddoppia ogni 5 anni dopo i 60.
Il problema, in ogni caso, sarà arrivare a riconoscere per tempo le persone a rischio di ammalarsi. Ci vorranno almeno ancora anni per essere certi che il trattamento con il farmaco per rallentare la diffusione della beta-amiloide funzioni, ma nel frattempo l’impegno è quello di organizzarsi per  individuare i soggetti a rischio ed effettuare diagnosi precoci: organizzando equipes multidisciplinari, interagendo con i Medici di Medicina Generale, i quali sono i primi in grado di rilevare i sintomi.
Con queste strutture sanitarie operative (Prescritte dal Piano Nazionale Demenze), sarebbe già subito possibile ottenere risultati positivi, suggerendo alle persone anziane corretti stili di vita, attività fisica, alimentazione adatta e la frequenza di centri di socializzazione, dove sia possibile svolgere attività di gruppo  mirate all’allenamento delle funzioni cerebrali (Si veda in proposito il progetto europeo MeetingDem), fino a vere e proprie terapie non farmacologiche specifiche, per le quali la chiave per massimizzare il beneficio e frenare la progressione della malattia è proprio l’iniziare presto.




Una collaborazione di ricerca internazionale sulle forme di di Alzheimer causate da una mutazione genetica. attualmente coinvolge tredici istituti di ricerca negli Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Australia.
John C. Morris, MD, Friedman Professore di Neurologia presso la Washington University School of Medicine a St. Louis è il ricercatore principale del progetto. i partecipanti allo studio sono figli adulti di un genitore con un gene mutato noto per forma ereditaria dominante di Alzheimer.


Giovanni Frisoni: Neurologo clinico, Professore di Neuroscienze Cliniche presso l'Università di Ginevra, direttore della Clinica della Memoria degli Ospedali Universitari di Ginevra. Direttore scientifico del Centro Nazionale Alzheimer, Brescia - responsabile del Laboratorio di Epidemiologia e Neuroimaging (LENITEM), e dell'Unità di Cura Traslazionale.
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